Angela Bernardoni

Aspettare l’apertura delle porte del treno, posare il piede sul marciapiede ed essere a casa dopo cinque anni.
Gli occhi registrano ogni colonna, ogni muro, come se fossero elementi architettonici nuovi, come se veramente potessi essermi dimenticata quel paesaggio ristretto che mi sfrecciava davanti agli occhi ogni mattina, giorno dopo giorno, per gli anni tutti uguali di pendolarismo e corse convulse verso il binario. Cammino lentamente davanti ai murales che gareggiano con i cartelloni pubblicitari per l’attenzione dei passanti, offrendo i loro colori più sgargianti, come code di pavone. Calpesto il porfido nero del pavimento a scacchi trascinandomi dietro una valigia nuova, una valigia piccola, a sottolineare bene che questo viaggio è solo una breve sosta, non la destinazione finale.
I sensori automatici dell’ingresso rilevano la mia presenza e le lastre di vetro sabbiato mi si aprono davanti agli occhi.
La città è cambiata, era inevitabile in tutto questo tempo, ma lo sono anche io.