Fabio Testa

Il centro storico era piccolo rispetto ad altre città evolutesi sulla scacchiera dell’Impero Romano. Era un agglomerato di vicoli che sembravano chiudersi sulla sua testa. Meravigliosi i borghi, testimonianza di un mondo in cui gli uomini non erano troppi, ma vivevano vicini. Un accavallarsi di spigoli che si susseguivano limitando la vista e stimolando l’immaginazione. Gli spazi troppo ampi non gli offrivano alcuna via di fuga, mentre lì, ogni angolo, era un’occasione per evadere. La giovinezza stava tutta nella
mancanza di prospettiva, nell’erronea percezione dello spazio. Come da ragazzo, quando una zona della città era un luogo disperso, raggiungibile solo attraverso il sistema circolatorio della metropolitana, da cui emergeva senza continuità. Allora girava a caso, come un esploratore, non sapendo dove sarebbe sbucato. C’era chi aveva bisogno di far correre l’occhio verso punti di fuga lontani, ma a lui bastava mutare i limiti in soglie, trasformando l’ignoto in scoperta.