Michele Giordani

È un parco ritagliato tra cantieri e uffici. Qualche panchina e una copertura in muratura con due tavoli per chi non vuole pranzare in mensa, al bar, o sui ponteggi.

In alto, tra le travi della copertura, ci sono dei cartoni; che non si bagnino quando piove. Uno penserebbe per i vagabondi che ci dormono su. Nel parco si vedono spesso zingari che si lavano alla fontana, badanti annoiate, siringhe usate. Invece su quel cartone ci sono scritti simboli strani, numeri e somme: una cabala misteriosa e ordinata.
È una pausa pranzo tra una telefonata e una riunione, sei lì fuori a respirare, quando li vedi: quattro uomini che parlano un’altra lingua, i vestiti sporchi di calce. Mettono il cartone sul tavolo, uno tira fuori un mazzo di carte e comincia a distribuirle. Giocano, ridono, segnano i nomi sul cartone, segnano i punti. Dopo una mezz’ora, se ne tornano al cantiere, tu in ufficio.
Finché li guardi credi che ci si ancora speranza.