Christian Leone Magrì

Torino agghindata svaniva nel buio. La pioggia batteva sugli edifici del Cottolengo. Torino, pozza di crudo cemento lontana dalle luci d’artista del centro. Nel borgo dei Santi e dei dannati, un lampione si credeva candela e giocava col vento. La strada del Sermig recitava un rosario di anime e ombre. Non c’è posto per tutti, come su un tram zeppo di gente.
“Chi tace lo accetta” pensavo, mentre ritornavo al mio nido di marmo.

Le cupole toccano il cielo, sorrette da statue di gesso, costringono a guardare in alto, così da non vedere chi ci sta di fianco. Assuefatto al piacere del bello lo sguardo cadeva su una fila di cassonetti. Perfetti, colorati, per distinguere i rifiuti di cui si riempiranno.

Ma vidi, nel breve spazio di civiltà che li separa, due occhi di vetro bagnarsi di vergogna, di umana umiliazione. “Quell’uomo randagio” è figlio del disarmo di tutti.

Immagino e spero in ricchezze diverse dal semplice avere.

Un gesto spontaneo che nasce nell’attribuire un “diritto”.