Paolo Moneta

Milano, viale Francesco Crispi, anno 1905

A primavera, sui bastioni ornati di ippocastani fioriti, si davano appuntamento i pastori del bergamasco, che pascolavano le capre nella vicina periferia, ancora inurbata; poi passavano di casa in casa con il latte caprino, e noi bambine lo bevevamo caldo, munto sull’uscio di casa, offrendo alle capre il sale, di cui erano ghiottissime.
Era poi il turno del ‘magiostràtt’: ”Magiostrella fresca e bella, cin ghei due etti”. Piccole fragole rosse profumate e gustosissime. Come non comprarne? I cestini colmi, uno per braccio, restavano presto vuoti, e le tasche piene di ghei, che a fine della breve stagione erano lire fino a ‘far marenghi’.
Veniva poi il brianzolo, con la tela delle prime fabbriche di tessitura. Fermo e rispettoso sulla porta, con un grosso rotolo a spalla: “Sciura padrona, la voeur cumpra la tira? L’è dura, l’è bona, la custa poch!” Come non comprarne? Il corredo della mamma era in tela di lino, ma per i bambini e per l’uso domestico andava benissimo la tira di cotone.
Infine veniva il contadino che era quasi artigiano o mestierante, di appena fuori Milano, dove c’erano i ruscelletti dei piani lombardi e i fossi d’acqua. Prendeva la biancheria da lavare, lui o lei, e la riportava a metà settimana. Per i lavandai era giorno di festa e i loro carri colmi di sacchi bianchi di bucato lasciavano dietro sé una scia di pulito, percorrendo
le vie della città insieme ai tram a due cavalli.