Marta Motetta

Esco saltando un raggio di sole sfuggito alla penombra della porta socchiusa – come quando da bambina credevo che a non calpestare le righe tra le piastrelle si andasse avanti leggeri, migliori. Sono rimasta, stanotte. Fuori Torino si stiracchia infreddolita d’alba, dentro lui dorme ancora. I terremoti arrivano, senza riguardo per ciò che avrebbe dovuto essere certo. Succede di veder frantumare piani che avevamo minuziosamente già tracciato come destino. È lì la differenza tra chi calcola e chi progetta, nell’andare oltre il restare fermi. Bisogna architettarla plastica, la felicità, altrimenti si spezza. Perché la vita scuote, cambia e ci cambia. Occorre della saggia fantasia per ostinarsi a costruire tra rovine e deserti – rivolgendo lo sguardo al domani dove tanti guardano a ieri. Rimarrà con lei. Dentro lui incolla atterrito brandelli ormai laceri di disegno, fuori io vado avanti leggera, come questi edifici che saltano le righe tra il cielo – ben oltre il suo cieco calcolare fermezze andate a male.