Chiara Di Coscio

Era andata a letto tardi quella sera.
Aveva preso la strana abitudine di capovolgere il modo consueto di dormire.
La testa al posto dei piedi, e viceversa.
Aveva chiuso gli occhi per sfuggire al momento d’autunno che cede all’inverno, quando è buio presto e il peggio deve ancora venire.
Li aveva chiusi scivolando in una penombra sottile, sotto a un albero di pesche mature.
Era caldo, c’era il sole che batteva forte sulla strada.
Se ne stava lì, ferma, come un aquilone appeso.
L’aria leggera le scompigliava i capelli.
C’era un cesto intrecciato con un filone di pane che sporgeva, ancora integro.
Era appoggiato sull’erba tiepida di inizio maggio.
Era così semplice rimanere lì, seduta, sfiorata appena da un alito di pace.
Poi, un trillo lieve nell’orecchio sinistro.
È ora di alzarsi, indicava la sveglia.
Davanti agli occhi solo cemento, polvere e calce.