Fiammetta Galbiati

Nastri ciclabili scortano l'occhio fino ai lembi di questo prodigio divenuto il loro ritrovo, come un tempo erano le stradine slavate tra casupole imbiancate di calce. Allora bastava una sedia di vimini e qualche passante.
Siedono mentre il sole si spezza su tutti gli spicchi di finestre che sono pareti.
Vecchi, migranti vespertini in questo salotto di fuori: a gruppetti di tre, quattro, parlano dei nuovi corpi appoggiati su antichi relitti, quelli dell'industria che fu. La gloriosa industria italiana. Ci lavorava il cugino della Rosina, scivolato dai monti nel '61 con uno zaino di ricordi stretti dallo spago che custodiva le lingue dei luoghi baciati dalla penuria, e i loro odori che ora sono dietro l'angolo, in questa e tutte le città, un dilagare lento, che, se va avanti così, tra poco, stanno dicendo, si potrà mangiare una parmigiana decente anche in America.
E, oltre questi ricordi, calmi come bastioni, che quasi li tocchi, le strade sognano di perdersi presto tra i campi di mais.